Angela Padrone difende la legge Biagi da sinistra. Ha ridotto il lavoro nero, ha aumentato l’occupazione. Venti storie di giovani lavoratori senza il mito del posto fisso subito
"Fanno un gioco infame, nessuno può parlare contro la legge Biagi che subito ti dicono che sei d’accordo con i terroristi”. Così ha detto Beppe Grillo dal palco della giornata del vaffa. Il tribuno genovese in quell’occasione ha omesso il dettaglio, non secondario, che Marco Biagi fu in effetti assassinato da chi riteneva la legge 30 sul mercato del lavoro una “moderna schiavitù”. D’altra parte, nel suo blog, il comico descrive “situazioni critiche, penose, di mobbing, di salari elemosina. Ragazzi e ragazze con diploma, laurea, master che si ritrovano a lavorare sottopagati, senza garanzie, per pochi mesi. Senza nulla”. Col suo eloquio malpancista, Grillo rimarca l’idea diffusa che la riforma Biagi abbia portato infelicità e sfruttamento tra i giovani lavoratori. E sembra una canzone surreale di Rino Gaetano, ma senza ironia: “Mio fratello è figlio unico sfruttato/ represso calpestato odiato e ti amo Mariù/ mio fratello è figlio unico deriso/ frustrato picchiato derubato e amo Mariù”. Ma è poi vero che il lavoro flessibile corrisponde allo sfruttamento in miniera del Ventunesimo secolo?
Angela Padrone (“un cognome che è la mia persecuzione – dice ridendo – Sin dai tempi in cui scendevo in piazza contro i padroni, quelli veri”) ha raccolto per l’editore Marsilio venti storie di ragazzi che ce l’hanno fatta: storie di giovani, strano a dirsi, “Precari e contenti”. Un racconto di racconti sul sentiero della tenacia, delle occasioni raccolte e vissute appieno. Un mondo di giovani che lavorano molto, inseguono i loro sogni e sono disposti (e felici) agli inevitabili sacrifici che implica l’ambizione della realizzazione professionale: mobilità e flessibilità. “Occasioni di dinamismo che sono state introdotte dalla legge Biagi, che io difendo da sinistra – spiega l’autrice – Un sistema che non ha inventato il precariato, ma piuttosto ha umanizzato e reso virtuose le condizioni che sì una volta erano definibili come sfruttamento”. I personaggi intervistati da Angela Padrone – oggi caporedattore al Messaggero, ma con un passato da precaria – sono i ragazzi ambiziosi e consapevoli che riempiono le redazioni dei quotidiani, gli uffici degli architetti, le radio. “Gente che non ha il culto del lavoro fisso, ma quello della meritocrazia. Ragazzi e ragazze che un tempo avrebbero lavorato a nero, senza tutele, senza una paga garantita” e che oggi, invece, appena usciti dall’università possono ricorrere allo stage e ai contratti a termine. La generazione degli anni 2000 è profondamente diversa da quella degli anni Settanta, del lavoro sommerso e della degenerazione sessantottarda. Se infatti Andrea De Carlo, nel suo libro culto sugli anni Settanta, “Due di Due”, disegnava un mondo di “magri e perplessi, così provvisori da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato”, Angela Padrone descrive una generazione finalmente assecondata da un mercato del lavoro che prova a liberalizzarsi e premia chi produce e chi ha voglia di farcela. “Con risultati innegabili – assicura l’autrice di “Precari e contenti” – In Italia la disoccupazione è diminuita e l’occupazione è aumentata”. D’altra parte lei di lavoro nero e di fatica ne sa qualcosa, “a diciott’anni lavoravo in un’azienda di macellazione di tacchini – racconta – Stavo in catena di montaggio”. E così ma che non si pongono il problema di garantire l’accesso a chi invece ancora non lavorarivela il paradosso: “Negli anni Settanta e Ottanta i precari ufficialmente non esistevano perché lavoravano senza tutele, adesso sono invece il dodici per cento degli occupati. La cosa pazzesca è che nonostante ciò la legge Biagi resta, per una certa vulgata, la bandiera del lavoro flessibile, anzi del suo doppio oscuro: la precarietà”. In sostanza, dice la giornalista, la normalità in altri paesi occidentali (quelli dove più facilmente si trova un nuovo lavoro, come l’Irlanda e gli Stati Uniti), è considerata in Italia un problema doloroso. E questo perché abbiamo raggiunto un livello di protezione di chi già lavora tale da stridere con la situazione di chi è invece ancora un outsider. Colpa anche dei sindacati “molto occupati a difendere chi il posto ce l’ha fisso – spiega Angela Padroni – ma che non si pongono il problema di garantire l’accesso a chi invece ancora non lavora”.
© Il Foglio, 19 settembre 2007